Se la motivazione non basta a sostenere il cambiamento
Aggiornamento: 55 minuti fa
Quando ci sentiamo per qualche ragione all’inizio, il cambiamento sembra a portata di mano: dopo una pausa, a cavallo del nuovo anno, il lunedì mattina, dopo aver preso una decisione importante, quando assumiamo un nuovo ruolo. In quei momenti possiamo avere molta chiarezza su ciò che vogliamo fare diversamente, ed energia e motivazione per cominciare.
L’esperienza comune è che spesso poi le cose vadano diversamente. Le giornate tornano normali e con loro tornano i meccanismi rodati e gli schemi che conosciamo così bene da farci risparmiare pensiero ed energia. Nel giro di qualche settimana, la spinta si affievolisce e abbiamo la sensazione di ritrovarci al punto di partenza. Con in più la frustrazione di non avercela fatta.
Ma se eravamo così motivati e convinti, cosa non sta funzionando? Ci ritroviamo a pensare che ci manchi qualcosa, tipicamente disciplina, determinazione, forza di volontà. Assieme alla percezione delle mancanze,
arrivano le etichette (che per loro natura non aiutano): procrastinatore, dispersiva, troppo accomodante.
Proviamo a cambiare prospettiva. Se stessimo semplicemente chiedendo alla motivazione di fare un lavoro per il quale non è particolarmente attrezzata e di portare da sola un carico che non le compete?
La motivazione: un buon innesco, ma non il carburante del cambiamento. La motivazione è una buona alleata per uscire dall’inerzia, orientare l’attenzione verso nuove possibilità e prendere la decisione di perseguirle. La motivazione entra in gioco anche quando valutiamo se ciò che vogliamo ottenere vale lo sforzo che ci costerà.
Non è poco, ma non è abbastanza per sostenere il cambiamento sulla lunga durata. Quando decidiamo di cambiare un comportamento, non partiamo da zero, ma cerchiamo di modificare un modo abituale di agire e pensare che si è costruito attraverso la ripetizione, un sistema di risposte che mettiamo in atto quasi automaticamente.
Su questo sistema, la motivazione agisce come innesco: interrompe l’automatismo e porta attenzione a ciò che prima facevamo senza pensare. Ma se per continuare a comportarci diversamente dobbiamo ogni volta rinnovare quella spinta consapevole, il cambiamento rimane fragile. È un po' come accendere un fuoco con una scintilla e poi aspettarsi che continui a bruciare senza altro combustibile.
Perché un cambiamento duraturo non dipende soltanto da quanto desideriamo qualcosa, ma da quanto riusciamo a trasformare una decisione consapevole in condizioni, comportamenti e pratiche che possano sostenerla nel tempo. E dunque, se la motivazione è la scintilla, cosa può fare da carburante?
Cos’è la motivazione? Per motivazione intendiamo la spinta che ci orienta verso un obiettivo e ci porta a investire energie per raggiungerlo. Non una risorsa fissa, né una caratteristica personale che abbiamo in maggiore o minore quantità, ma un processo dinamico, influenzato da ciò che desideriamo, dal valore che attribuiamo a un risultato, dallo sforzo che percepiamo necessario per raggiungerlo e dal contesto in cui ci troviamo. Anche per questo può variare nel tempo. La motivazione può aiutarci a decidere di fare qualcosa di diverso e a sostenere i primi tentativi. Ma non coincide con la capacità di mantenere un comportamento nel tempo. |

Le abitudini come infrastruttura
1.Dal proposito alla pratica: Un cambiamento comincia spesso con un'intenzione. Voglio delegare di più. Voglio smettere di arrivare sempre alle decisioni all'ultimo momento. Voglio dedicare più attenzione a qualcosa che per me conta.
Tra il voglio farlo e il lo faccio c'è uno spazio fatto di comportamenti concreti da coltivare.
È qui che le piccole pratiche possono diventare interessanti; non come formula magica, ma perché una pratica concreta porta l'intenzione dentro la realtà.
Se voglio smettere di essere sempre la persona che risolve, posso iniziare da una domanda che mi impegno a fare prima di offrire una soluzione. Se voglio proteggere del tempo dedicato al lavoro che richiede concentrazione, posso cominciare da un breve appuntamento ricorrente in agenda. Sono azioni piccole – e questo è un bene – e sono osservabili. Introdurle non richiede un cambiamento troppo grande, posso facilmente accorgermi se le sto facendo davvero e osservare che succede.
2. Meno decisioni: Le piccole pratiche concrete che si trasformano in abitudini hanno una caratteristica interessante: nel tempo riducono il numero di decisioni che dobbiamo prendere per sostenere il cambiamento. Non devo ogni volta decidere se fare quella cosa, ho costruito una modalità che mi aiuta a farla.
Anche il contesto aiuta. Se una nuova abitudine richiede ogni volta di superare molti ostacoli, è probabile che prima o poi torni a vincere il modo precedente di fare le cose. Se invece riesco a rendere il nuovo comportamento più semplice da mettere in atto, non sto diventando necessariamente più disciplinata: sto modificando le condizioni in cui quella scelta avviene. È una differenza sottile, ma importante. Perché sposta la domanda da "come posso essere più brava a mantenere questo proposito?" a "che cosa posso cambiare nel modo in cui ho organizzato questa parte del mio lavoro (o della mia vita), per sostenerlo?" Una domanda che apre possibilità diverse.
3. Davide e Golia: abitudini piccole e concrete reggono meglio di obiettivi grandi e astratti. Davide non batte Golia con la stessa forza bruta del gigante, non sarebbe evidentemente possibile. È la stessa logica che rende le abitudini più efficaci dei grandi propositi. Un obiettivo ambizioso — voglio trasformare completamente il modo in cui gestisco il team, voglio cambiare lavoro — è intimidatorio già solo a pensarci: richiede una spinta enorme per iniziare, e altrettanta ogni giorno per sostenerlo. Una pratica piccola e concreta richiede pochissima energia per essere messa in atto, ed è proprio per questo più facile da ripetere, osservare, aggiustare. Questo non significa pensare in piccolo, ma piuttosto lasciare che sia la ripetizione, non lo sforzo iniziale, a fare il lavoro nel tempo. Un miglioramento minimo, ripetuto ogni giorno, non produce risultati visibili nell'immediato, ma si compone. Chi comincia a camminare ogni giorno attorno all'isolato può ritrovarsi, mesi dopo, a correre una maratona… magari, paradossalmente, senza che quell'obiettivo fosse presente all'inizio.

E se una pratica non funziona? C'è poi un altro aspetto importante quando parliamo di cambiamento: una pratica non deve diventare una nuova forma di rigidità.
Può succedere che ciò che avevamo immaginato non funzioni, magari la scelta si rivela troppo ambiziosa o non tiene conto del contesto o semplicemente inadatta a noi. Anche questo fa parte del processo: invece di leggere l'interruzione come una prova del fatto che non siamo abbastanza motivati, possiamo utilizzarla come informazione. Che cosa ha reso difficile mantenere questa pratica? Che cosa avevo dato per scontato? Cosa posso modificare perché funzioni meglio?
In questo senso, cambiare assomiglia meno a seguire un piano perfetto e più a un processo di sperimentazione. Anche per questo le piccole pratiche possono essere così utili: ci permettono di imparare gradualmente e, se necessario, di aggiustare il tiro.
Questo vale ancora di più nelle transizioni professionali. Chi assume maggiori responsabilità può dover imparare a lasciare andare una parte del controllo. Chi cambia direzione professionale può avere bisogno di sperimentare comportamenti nuovi prima ancora di identificarsi con il nuovo ruolo.
In questi passaggi, la decisione di cambiare è necessaria, ma raramente è sufficiente. Il nuovo modo di stare nel ruolo prende forma poco a poco, mentre l’intenzione comincia a diventare esperienza e gradualmente anche nuova identità professionale.
Marco era arrivato al coaching con l’obiettivo tipico di chi ha per molto tempo gestito direttamente i problemi e ora coordina delle persone: delegare di più. Conosceva bene la teoria e sapeva che era la cosa giusta per sé e per il team. Eppure... c’era sempre una buona ragione per non fare quel passo, soprattutto nei momenti di pressione: all’avvicinarsi della consegna o quando qualcosa non andava come previsto, tornava quasi automaticamente a prendere in mano la situazione e risolveva. Ci siamo presto concentrati su una domanda tanto piccola quanto precisa: "Cosa faccio la prossima volta che qualcuno arriva con un problema da risolvere?" Marco ha deciso che si sarebbe semplicemente allenato a chiedere: "Tu cosa ne pensi?" All'inizio gli sembrava artificiale, non sempre ci riusciva e si era appeso un post-it allo schermo per ricordarsene. Ma quella piccola pausa gli permetteva di interrompere il riflesso di intervenire e lasciava all'altra persona lo spazio per mettersi in gioco. Non è diventato all’improvviso un manager diverso, ma ha iniziato a sperimentare chi poteva diventare attraverso una semplice pratica. Il cambiamento è diventato possibile prendendo una piccola forma concreta nella quotidianità. |
Ma allora quanto conta la motivazione? Conta, ma non basta. Quando decidiamo di cambiare qualcosa, oltre a chiederci "Quanto lo voglio?" cominciamo a chiederci: "Cosa può aiutarmi a farlo, anche nei giorni in cui lo voglio un po' meno?"
La risposta potrebbe partire da una piccola abitudine: una modifica al modo di organizzare il lavoro, una nuova regola che scegliamo per noi, un micro-esperimento. Un passaggio sottile per trasformare ciò che abbiamo desiderato e persino deciso in qualcosa che possiamo davvero abitare. Per distillare un cambiamento reale e sostenibile.
Quando la scintilla non basta.
Nel lavoro con leader e professionisti che attraversano una transizione, accompagno il passaggio dall’intenzione alla pratica: comprendere che cosa sta cambiando, sperimentare nuovi modi di agire, trovare un nuovo equilibrio tra ciò che si lascia e ciò che si sta costruendo.


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